Presentazione Libro Umori Regali
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UMORI REGALI Piero Manni Editore

Presentazione alla
CASA DELLE LETTERATURE
Piazza dell'Orologio, 3 Roma
21 giugno 2001

Comune di Roma
Assessorato alle Politiche Culturali
Dipartimento Cultura
Ufficio Convegni Mostre Conferenze

Intervengono: Ruggero Guarini, Vincenzo Loriga, Dacia Maraini.

VINCENZO LORIGA (poeta, psicanalista e critico lettrario)





Dunque prendo la parola dopo Guarini e mi sento un po' imbarazzato perché alcune cose che volevo dire io le ha già dette lui. Le ripeterò in un' altra forma.
Partirò da questo punto: Piera Mattei non solo scrive bene ma sa raccontare che è molto più dello scrivere bene perché a scrivere bene oggi sono in tanti, ma a saper raccontare sono in pochi. Invece trovo che lei sappia raccontare perché ha un senso della forma che non riguarda soltanto l'esperienza lessicale ma riguarda l'inquadratura dei fatti, cioè la scelta dei fatti. Perché saper raccontare deriva da questo: saper decidere. Quale fatto lascio cadere in quanto trascurabile e quale invece espongo perché mi sembra fondamentale? Allora, Piera Mattei racconta molto bene perché fa una scelta essenziale degli accadimenti e ha anche il pregio di evitare gli effetti speciali, anche se poi nel suo raccontare ci sono molte sorprese.
Da un certo verso lei mi ricorda quella che è la mia scrittrice preferita del novecento, che è una scrittrice inglese ma non di sangue inglese. Sto parlando della Rhys che partendo da un mondo estremamente fermentante, e direi in subbuglio - anche il mondo di Piera Mattei è un mondo in subbuglio - riesce a imporre una forma rigorosamente classica. Guarini diceva prima che la Mattei appartiene a quegli scrittori che tendono a nascondere la lingua. E' vero, e in questo io vedo il segno che, tutto sommato, contraddistingue la classicità. Il mondo della Rhys era poi diverso poiché era un mondo in cui la sensorialità era molto più forte e, in qualche modo, non filtrata mentalmente come avviene invece in Piera Mattei. Questo mondo sensoriale che nella Rhys sembra talvolta quasi sfatto, qui è filtrato mentalmente. Per certi versi, infatti, si potrebbe meglio paragonarla alla Lispector, che io rispetto molto, di cui apprezzo meno gli avvitamenti nel mentale, che invece la nostra autrice controlla abbastanza bene. Perché il mentale in apparenza è più controllabile della sensorialità, ma in realtà, a volte ci sfugge di mano non meno delle sensazioni. Questi racconti brevi sembrano talvolta dei teoremi o dei sillogismi costruiti con dei pezzi di realtà al posto degli argomenti teorici. C'è poi - e l'ha detto molto bene Guarini - una fondamentale ambiguità, una fondamentale ambivalenza. Da che parte sta la scrittrice? Sta coi vinti o coi vincitori? Con le vittime o coi carnefici? Con chi soffre o con chi guarda soffrire? Questa ambiguità io non la condanno. Esteticamente è affascinante. D'altronde la prosa è garbatissima e dice cose cattive in modo tale che uno non si accorge che lei sta dicendo cose cattive.
Cosa prova la scrittrice? Si sente vittima o carnefice o tutte e due le cose insieme? E il suo sguardo contiene un'implorazione o è uno sguardo d'imperio? Questa ambivalenza è di nuovo un tratto che la scrittrice ha in comune con la Rhys. In quest'ultima si potrebbe pensare quasi a una forma di cinismo. Anche se il cinismo non lo considero condannabile (talvolta un cinico contiene più luce dentro di sé di un moralista). Nella nostra autrice tuttavia piuttosto che di cinismo parlerei di una soave spregiudicatezza. Allora la domanda è questa: fino a che punto l'autrice s'identifica con i suoi personaggi, compresi quelli maschili? Perché, a volte sembra fare tutt'uno con loro, poi di colpo, se ne chiama fuori. Va ricordato che nella maggior parte di questi racconti siamo di fronte a un "io narrante". E' raro che il racconto avvenga in terza persona. Un io narrante che poi si diversifica, si moltiplica insomma sembra diventare una specie di "io multiplo". Vengo a un punto che ha già toccato Guarini, a proposito del "Gibbone". Il suo segreto di scrittrice, l'autrice ce lo consegna proprio nel primo racconto in apertura di libro. Parlo di un segreto che riguarda non tanto il piano formale ma quello ideativo che precede il piano formale e lo condiziona. Nel "Gibbone" ci dice: "... il mio guardare è vuoto di qualsiasi intenzionalità e incapace di profonda penetrazione. Mi fermo alla pelle, al puro involucro sensoriale, perché le interpretazioni acute non mi tentano e persino mi disturbano ... Eppure non c'è essere umano che sia in grado di tollerarlo. La gente sembra credere che uno sguardo prolungato e intenso porti via la bellezza, ottunda l'intelligenza, strappi brandelli d'anima e di vita ... "
Insomma è uno sguardo che, proprio perché in apparenza si ferma alla superficie ed è in apparenza neutrale, proprio per questo, dà più fastidio. La narratrice, da falsa ingenua, finge di meravigliarsene. Come uno sguardo che si ferma alla superficie può creare tanto sconcerto? Il fatto è che lo sguardo, quando si ferma alla superficie, tende a notare tutto, tende a notare tutti i dettagli e questo è quanto sconcerta di più la persona osservata.
Ora chi legga questo libro si accorgerà che uno dei suoi punti di forza è proprio la cura dei dettagli, la messa insieme dei dettagli, potrei parlare di una precisione quasi maniacale, un elenco che diventa a un certo punto un atto d'accusa. Già a proposito delle poesie di Piera Mattei, avevo parlato di un occhio notarile, quest'occhio rotondissimo che osserva le cose, si ha l'impressione che sia quasi vitreo. Però diversamente dall'occhio dei notai questo sguardo è il risultato di una sensualità filtrata, filtratissima anzi, e quindi è neutrale solo in apparenza. E' altamente ambivalente, può essere visto come benigno o come malizioso, innocente o giudicante. Questa modalità di fondo è sostituita da una prosa che è sempre garbata ma che è volutamente e calcolatamente atona, che simula un'indifferenza che non c'è.
Potrei aggiungere che in questa maniera di raccontare vedo in fondo come una sorta di atteggiamento magico. - Per la magia ogni oggetto e ogni cosa hanno un significato particolare e rimandano a qualcosaltro. Allora si capisce la maniacalità del mago. In qualche modo il mago è spiritualista solo in apparenza, profondamente è materialista - Dunque, uno s'imbatte in certi dettagli e ha la sensazione che questi dettagli rimandino a qualche altra cosa. D'altronde direi che, siccome l'interesse e l'orientamento della scrittrice sono prevalentemente estetici, per lei le cose forse significano, ma lei non sa cosa significano, e questo grazie al cielo! Quindi noi non siamo di fronte a una simbolica precostituita che lascia il tempo che trova, e per lo più è noiosa. Siamo di fronte a un mondo in cui sentiamo che ci sono dei misteri, però in fondo non ci curiamo nemmeno di definirli, perché sappiamo che le definizioni per certe cose non ci sono, che non sono definibili.