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Ruggero Guarini presenta Umori Regali di Piera Mattei

Casa Delle Letterature - Roma 21 giugno 2001


La prima cosa che vorrei dire è che sono la persona meno adatta per carattere a presentare questo libro e dirò subito perché. Alcuni di voi forse sapranno che me la cavo abbastanza bene quando si tratta di spiegare perché qualcosa non mi piace, che è la cosa più facile di questo mondo. Io stesso, ritengo invece che sia piuttosto difficile spiegare perché qualcosa ci piace e si dà il caso che questo libro di Piera Mattei mi piaccia non soltanto nel senso blando della parola, ma mi piaccia proprio molto, mi piace forse anche troppo. E le ragioni per cui mi piace così tanto sono abbastanza misteriose, io stesso le conosco poco.
L'altra cosa che vorrei subito dire è forse una delle ragioni per cui questo libro mi piace tanto è che si tratta di un libro veramente inclassificabile. So di dire una banalità. La parola "inclassificabile", "al di fuori degli schemi" si usa per qualsiasi piccolo trombettiere della letteratura, della narrativa. Ma in realtà questo è veramente un libro singolare nel contesto della letteratura italiana degli ultimi venti trenta quarant'anni, è un libro quasi unico nel suo genere, almeno io, che non ho un'informazione esaustiva della letteratura italiana degli ultimi decenni, credo sia molto originale. Devo dire che tutti i miei sforzi per individuare se Piera Mattei e questi racconti abbiano degli antenati, dei padri, degli zii, sono approdati a poco. Alla fine mi è parso di poter dire che ci potrebbero essere, da un lato, certi racconti, apologhi, del giovane Kafka, soprattutto racconti come "Il digiunatore", "L'acrobata", "il Cavaliere del Secchio" che sono a metà tra il surreale, lo stravagante, il terrificante, e anche il quotidiano. Perché una qualità di questi racconti è che appare veramente inestricabile la compresenza di elementi quotidiani e il continuo stravolgimento del quotidiano nel fantastico e viceversa.
Ma forse l'autore attuale a cui fanno pensare di più è il Walser dei pezzi brevi - dei racconti raccolti in un libro intitolato "La Rosa", pubblicato da Adelphi - soprattutto perché in Walser si trova ricorrente un motivo che è quello del rapporto tra servo e padrone che è forse il tema centrale nel libro di Piera Mattei. E' un motivo che Walser enunciò una volta con un'affermazione paradossale e incantevole. Diceva: "Ma io invece di fare lo scrittore avrei preferito fare il cameriere. Purtroppo però mi è capitato di vivere in un'epoca in cui non c'è più nessuno degno di essere servito". In questo modo siamo forse arrivati a quello che è il motivo, il tema centrale dei racconti, un tema assolutamente inattuale, perché la Mattei è un'apologeta della schiavitù, come è anche una cantatrice della rivalità.
Allora, chiederei, sei serva o schiava? Difficile dirlo, perché lei è un po' padrona un po' schiava, un po' sadica, un po' masochista, così viene fuori da questi racconti. Quello che è certo è che lei ritiene che tutto quello che di interessante, affascinante, perturbante, divertente, anche terrificante c'è nella vita, non abbia a che fare con rapporti paritari, col simmetrico riconoscimento dei meriti e delle virtù, ma ha a che fare con quanto può accadere nell'ambito di rapporti assolutamente sbilanciati, cioè di rapporti nei quali, da un lato c'è l'esercizio di una regalità quasi sprezzante comunque così consapevole dei propri diritti, da non abbassarsi a discuterne - si dice a Napoli "la ragione se la pigliano i fessi", cioè la ragione non si discute, il vero signore non discute - dall'altro, la devozione, la venerazione, diciamo l'idolatria, il culto - non a caso un racconto s'intitola proprio così: "Il culto" - Allora dicevo, questa è una cosa assolutamente inattuale. Potrei citare innumerevoli passi da cui affiora questo tema del desiderio di obbedienza, di devozione, di idolatria, di schiavitù. Questo desiderio non va disgiunto, questo va da sé, da un elemento di emozione sentimentale, quasi erotica. Cito da "Bipedi": "... Allora per la prima volta mi accorsi che la sua vista mi dava uno strano batticuore ... Sentivo lo straordinario desiderio di obbedirgli ... " oppure da "Il giullare": "La chiamerò piuttosto identità che professione, visto che riguarda soltanto me e il mio padrone? ... Passo le mie giornate a escogitare pensieri che piacciano al mio signore, a procurargli oggetti vari ... il mio signore è esigente. .. Un signore è questo: accettazione o ripulsa ... S'intende che si tratta del suo divertimento e che là, del resto, risiede anche il mio piacere ..."
Cosa è? Un'identità, una vocazione, una natura quella del servo che in questo preciso racconto assume le sembianze del giullare? Questa complementarità tra le due figure dell'idolo e dell'adoratore apre dal punto di vista astratto, teorico, un'ambiguità. Lasciando stare la dialettica hegeliana del servo - padrone, atteniamoci a un livello molto più semplice e elementare, evidente, psicologico e umano. Forse a costituire l'essenza della regalità, non è colui che l'esercita ma colui che la invoca, che la richiede che la alimenta col suo bisogno di venerazione. Ma tutto questo lascerebbe il tempo che trova, se i racconti articolassero questo tema, questo motivo in maniera cupa, pedante, scolastica. Fino adesso non ho fatto altro che enunciare dei gettoni verbali, concettuali che sfiorano l'ovvietà. Che cosa ha a che fare tutto questo con la poesia? Questi racconti sono invece pieni di poesia. C'è un imponderabile. A fare levitare questi racconti su una materia che può essere vivisezionata in maniera così pedestre come ho fatto io fino ad ora, provvede una qualità assolutamente indefinibile, un'irresistibile attitudine a raccogliere quel che di simultaneamente buffo e sinistro, c'è negli aspetti più affascinanti della vita.
Nel lato buffo, lei veramente ha una maestria. Per esempio nel racconto "Alla locanda", racconto delizioso, si racconta la storia di una fanciulla, di età indefinita, che ha svolto a lungo un ruolo regale essendo essa stessa venerata a lungo, che ora dal suo amante è ridotta al rango di ostessa, di serva. E lì, alla locanda, a lei capita di vivere in un ambiente dove viene continuamente ingiuriata, chiamata "Cornacchia spelacchiata, uccello del malaugurio" ... "Si trascina addosso gli odori della regalità insieme a quelli del cibo che apparecchia, per cui il suo spasimante continua a girarle intorno... Mi annusa e mi gira intorno come un porco da tartufi." Siccome in genere la tessitura dei racconti di Piera Mattei, è non voglio dire fine, ma proprio non c'è nessuna volgarità, allora queste improvvise stilettate "Önell'ombra mi allunga una mano sul sedere Ö" in un testo che è tutt'altro che ridanciano, sono cose che allo stesso tempo strappano un risolino, ma anche un piccolo brivido.
Poi il buffo supremo è quello che si raggiunge forse nel racconto più poetico di tutta la raccolta, che è forse anche il meno terribile: "Bipedi", dove si racconta dell'improvviso incantamento che prende due personaggi, un mercante di polli o di uova e una ragazza del quartiere, che improvvisamente si sentono attratti l'uno verso l'altro e finiscono per decidere di votarsi entrambi alla cova delle uova, per provvedere alla diffusione della specie dei Bipedi nella città in cui vivono.
Certe volte, naturalmente, il buffo va insieme allo straziante e questo è il caso, per esempio, di "Il cucciolo" dove tutto è centrato sulla comicità della condizione e degli atteggiamenti di un canuzzo che, sprovvisto com'è di una vera regalità, ritiene di poterla mimare, di poterla imitare, cercando di adeguarsi ai modi, alle movenze di un cane che prima di lui aveva occupato un posto nella vita e nel cuore della sua padrona. E farà una brutta fine perché è un po' ridicolo, suscita qualche fastidio, diventa molesto per la sua signora che un bel giorno apre la porta a un altro cane, un San Bernardo, che praticamente lo maciulla. E' un racconto in cui il comico e il sinistro si congiungono in una maniera abbastanza singolare.
Un'altra caratteristica veramente straordinaria e inattuale di questi racconti è che, pur essendo tutt'altro che privi di elementi autobiografici - per esempio c'è un racconto "Colpe originali" in cui si fa un po' la rassegna di tutte le piccole crudeltà e ingiustizie che la protagonista ha subito da bambina - queste crudeltà sono raccontate senza un'ombra di risentimento, non c'è una stilla di rancore, non c'è una stilla di piagnisteo. Sono sul versante opposto non solo della letteratura del piagnisteo ma anche della letteratura buonista. Per esempio, racconta della vendetta sproporzionata che una suora prende su di lei perché le era capitato del tutto involontariamente, giocando all'acchiappino, di farle saltare il velo, rivelando di botto il cranio rasato. Oppure, non so, della crudeltà di altre compagne di convitto, più grandi di lei che la puniscono con cattiveria per essersi lei imbrattata il volto di rosso con una penna biro e di essersi acconciata i capelli tagliandoli in maniera che la rendeva molto buffa. Tutto questo è così, è la vita. Non c'è proprio niente da recriminare.
Cos'è che sbarra la strada al risentimento? Lei è concettualmente e poeticamente consapevole che Bene e Male, Virtù e Vizio, Innocenza e Colpa non sono schematicamente definibili e ogni categoria slitta continuamente nell'altra. Le cose sono un po' più complicate di quanto possa immaginare qualunque spirito bigotto o qualunque moralista.
Ora sulla scrittura. A proposito dello stile, è così impeccabile, è così ferma e così trasparente la scrittura di questi racconti, che il lettore può cadere nell'errore che siano fin troppo semplici. Non è così. E' una semplicità raggiunta, credo, con un alto tasso di astuzia letteraria. Perché vedete, gli scrittori si possono dividere, per quanto riguarda lo stile della scrittura in due grandi categorie, e ciascuna ha, naturalmente, i suoi maestri. La prima è quella degli scrittori che tendono irresistibilmente a mostrare tutto lo spessore dello strumento che usano. Sono quelli che io definirei i grandi pasticceri della lingua. Sono quegli scrittori, dei quali, leggendo, non possiamo non ammirare il virtuosismo stilistico. Naturalmente l'esempio che viene a noi italiani è quello di Gadda, ma c'è tutta una tradizione di scrittori in cui la lingua si sente. Ci sono invece scrittori dell'altro versante i cui sforzi vanno nella direzione opposta: fare in modo che la lingua non si veda, la scrittura non pesi. Penso che scrittori di questa natura siano Kafka, lo stesso Walser, ma anche Flaubert. Flaubert è così bravo che la bellezza della sua prosa non si avverte più. Stendhal non ne parliamo, forse ancora di più. Questa leggerezza sempre invocata da Calvino, e che, secondo me, Calvino non possiede in maniera eccelsa, perché in realtà l'abilità e la maestria di Calvino si vedono, mentre quella di Kafka non si vede, sembra fatta di nuvole. Allora Piera Mattei appartiene alla seconda categoria, di quelli che tendono a una scrittura che non si vede. Del resto lo dice lei stessa nel primo dei racconti, "Il Gibbone", che potrebbe essere letto con una specie di metafora, di saggio, come una dichiarazione di poetica letteraria in forma di racconto fantastico.
In questo racconto espressamente si lodano le evoluzioni e i salti di un gibbone e dicendo che di queste acrobazie non si vedono né lo sforzo né l'artificio si sottolinea la potenza dell'emozione estetica. Però, contemporaneamente, si dice anche quale è la funzione dell'artista: che è quella di posare semplicemente il proprio sguardo, di indugiare il più a lungo possibile senza intervenire, con un'imperturbabile e impassibile non indifferenza ma curiosità e attenzione sui movimenti del vivente. Sembra una dichiarazione che - non a caso - Piera Mattei ha posto come segnale indicativo all'inizio del libro. Devo solo aggiungere che la trovata di questo racconto mi sembra straordinaria come elemento di una eventuale dichiarazione di poetica ma anche come racconto. E' un'idea straordinaria, perversa. E' l'idea di tendere a questo gibbone una trappola andandolo a trovare munita di un nastro che riproduce i sui stessi gridi, per cui il gibbone, a partire da quel momento, ogniqualvolta la protagonista si siederà davanti a lui penserà di avere di fronte a sé un membro della sua specie. C'è una specie di indistinzione tra l'umano e l'animalesco. L'animalesco che osserva l'umano e viceversa, con una specularità perfetta. Le riflessioni che si potrebbero fare su questa metafora, ai fini di una definizione di ciò che per l'autrice costituisce il lavoro poetico e il lavoro letterario, sono infinite. Ma insomma io mi fermo qui non penso di dover dire altro. Sono davvero entusiasta di questo libro.


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