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Dacia Maraini presenta UMORI REGALI di Piera Mattei

Casa delle Letterature - Roma 21 giugno 2001

"Umori Regali" Racconti, edito da Manni 2001




Cominciamo col dire che è un libro che mi è piaciuto molto. Conosco Piera Mattei da tanti anni, sapevo che lei scriveva però di lei avevo letto poco. Improvvisamente ho trovato questi racconti che sono molto simili a lei, questo l'ho capito leggendoli.
Sono dei racconti surreali, sono dei racconti che sarebbero piaciuti ad Artaud, piccoli racconti crudeli. Strano che abbiamo detto tutti dei nomi diversi. E' stata citata la Lispector, Walser è vero! Uno, quando poi li sente, dice è vero! E' vero! Walser, benissimo, Kafka, benissimo. Aggiungerei per esempio Buzzati, la Capriolo tra gli scrittori di oggi e Gianni Celati che ha anche lui questo senso dell'umorismo un po' macabro, un po' crudele di uno sguardo "bovino", è stato detto, di uno sguardo che sembra non vedere, uno sguardo grande, che non giudica, rinuncia a giudicare e guarda la realtà.
La cosa curiosa è che ci ho trovato anche un po' di Elsa Morante, anche se sembra lontanissima da lei, però se uno pensa a "Menzogna e sortilegio", il primo romanzo di Elsa Morante, c'è questo sentimento della crudeltà e della impossibilità dell'incontro affettivo, dell'incontro amoroso che è molto forte. Lì una bambina, si chiama Elisa, che ha appena perso i genitori e rimane sola in casa, copre gli specchi perché non può neanche vedersi dentro gli specchi. Elisa s'innamora del cugino che è il peggio del peggio che si possa immaginare, nel senso che un piccolo tiranno insopportabile, vanitoso, egoista, indifferente, crudelissimo, però lei lo elegge a padrone, un po' come diceva all'inizio il nostro amico Guarini. Lo elegge a suo padrone e in fondo lei sceglie che sia così, lei desidera questa crudeltà, perché l'ha fatto lei, l'ha reso lei tiranno, l'ha reso lei padrone, in un certo senso. Quindi chi sceglie il proprio tiranno, in certo senso , se ne sottrae, non è il vero oppresso. Se ne sottrae perché lo crea. E' un tiranno che si è inventato lei.
Sono poco italiani questi racconti. Questa tradizione dell'apologo crudele, la troviamo più altrove. Mi viene in mente la Highsmith di "Piccoli racconti di misoginia", è stato citato Kafka, oppure altri scrittori della cultura anglosassone.
Quindi sono apologhi, storie dove conta il non detto, che non vogliono raccontare la realtà ma la ferita che la realtà lascia: non ha importanza chi ha fatto la ferita, è più importante la cicatrice che la lacerazione. C'è sempre poi una guarigione perché queste persone si sacrificano, si mutilano. Ci sono molte mutilazioni, per esempio quella terribile nel racconto "Il Leone", che è un racconto atroce in un certo senso. Un uomo entra nella gabbia del leone, si spoglia, si mutila, da sé col coltello e dà il suo ventre da mangiare al leone. Il quale tranquillamente neanche si butta su questo cibo che gli viene offerto con tanta generosità, semplicemente si lecca i baffi, lecca il sangue. Poi l'uomo si rimette a posto e se ne va.
Ci sono racconti di una ferocia sottile in cui il sangue è molto presente e le parole ferita, tortura, viscere, strazio, ritornano spesso. Ci sono delle storie molto belle, per esempio "Il topo". Si tratta di un topo di fogna, non di un topolino grazioso, ferito nel cortile del palazzo. La protagonista scende di nascosto, perché teme il giudizio della portiera, che naturalmente sta lì a spiare coloro che abitano nel palazzo, e lo cura, lo fascia. Si crea una consuetudine per cui lei gli dà da mangiare, ma vive nel terrore che i vicini, la portiera lo ammazzino. Finché il topo viene preso in una trappola. Lei lo salva e se lo porta in casa e lì cominciano a invertirsi i rapporti. Questo avviene spesso: colei che salva - in questo caso un animale, ma altrove anche un essere umano, ferito, malato messo in condizione d'inferiorità - diventa vittima. Il topo, una volta in casa, prende a spadroneggiare. A poco a poco cambiano i rapporti. Prima il topo era la creatura disperata che alzava la zampetta per chiedere cibo, per muovere a pietà. Una volta in casa, sale sul letto, diventa il padrone, diventa il tiranno, ingrassa. Ecco questo mi ha ricordato Elsa Morante di "Menzogna e sortilegio". Lì la protagonista ama questo cugino malaticcio, fragile, che diventa poi un tiranno terribile dal quale lei non può sfuggire, però, in un certo senso, è lei che l'ha voluto.
Poi ci sono dei racconti più astratti di un linguaggio estremamente semplice, un linguaggio che vuole essere un tramite, non un luogo d'arrivo. Il segreto di questa scrittura è nell'umorismo e ce n'è moltissimo, anche nei racconti dove c'è un alto pathos. In "La Benedizione paterna" il pathos cresce e, nel momento più alto c'è qualcosa che taglia, un effetto comico, in questo caso la bacca che cade dall'albero e va a cadere sulla testa della protagonista, colpisce la sua fronte, con una sorta di bacio paterno, una benedizione dileggiante.
Nel racconto "La confessione" un sonnambulo caduto dai tetti finisce alla fine con l'ammettere l'impostura della sua personalità, finisce con l'ammettere che il suo girovagare per i tetti non era quello di un sonnambulo vero. E' una storia di una bellezza straordinaria dove come nelle bambole russe, ogni realtà ne contiene un'altra, e poi un'altra. Un po' pirandelliana come visione della realtà. Una maschera nasconde un'altra maschera e poi un'altra ancora.
Anche molto bello è il racconto "Ingressi" un racconto fatto di nulla, estremamente comico. Si tratta di un uomo che è abituato ad avere una casa con due ingressi, due porte. Lui ne ha sempre utilizzata una per entrare e l'altra per uscire Ö A un certo punto, per ragioni familiari è costretto a cambiare casa e questa casa ha un solo ingresso. Allora, per rispetto dell'ordine, del rigore vuoto e astratto che si è da sempre imposto, lui enuncia alla sola porta d'ingresso che gli rimane: "Sto entrando", "Sto uscendo".
Altrove trovo una pietà che non si permette di esprimersi. Viene sempre tagliata, mortificata, impedita nel momento in cui sta per esprimersi. La pietà verso gli umani, per gli animali, c'è sempre il momento in cui si trasforma in caricatura, in beffa. Tutta la pietà, la dolcezza si trasforma nella risibilità, nella consapevolezza del rovesciamento dei ruoli, del mutarsi da tiranni in vittime. Giustamente è stato detto che non si sa se l'autrice stia col tiranno o con la vittima, perché è probabilmente tutte e due le cose insieme. Tutti noi siamo un po' tiranni e vittime. C'è qualcosa di nostro in questa ambiguità, questa ambiguità ci appartiene, è vera, fa parte del nostro vivere.
Sono racconti straordinari e sono molto contenta che vengano alla luce, perché il nostro mondo letterario è molto sordo, fatto di traiettorie determinate, prevedibile. Spero che questo libro possa essere conosciuto da tanti lettori, perché lo merita.