Lucetta Frisa su La Materia Invisibile
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Lucetta Frisa: Piera Mattei e la Materia Invisibile

Intervento critico su
La Materia invisibile (Manni, 2006)
in
La Mosca di Milano
Rivista di Cultura e Letteratura

La lieve lente della percezione: Piera Mattei e la Materia Invisibile

C’è una parte oscura nella materia che avvolge l’esistente, non è vuoto metafisico, ma materia reale di cui è scientificamente provata l’esistenza. Se tutto quindi è reale, anche le parole che alludono a questa parte oscura, le parole che non nominano, analizzano e catalogano ciò che non sono in grado di rappresentare, anche loro sono fatte di materia oscura come l’interno del nostro corpo; eppure sono l’unico strumento a nostra disposizione per comunicare conoscenza. Conoscenza che non si scinde dall’intuizione, così come la materia invisibile non è divisa da quella visibile. Conoscere attraverso l’affinamento dei sensi, esperire con l’intelletto del corpo e la corporeità della mente è quello che intende la grande filosofa Maria Zambrano col suo «pensare-sentire». In senso simbolico - dato che il simbolo non è che l’evocazione di una realtà sottostante - questa materia oscura rappresenterebbe la morte che l’universo porta indissolubile con sé, sua ombra e passato. Se non interpelliamo il simbolo, la materia invisibile non è che l’insieme dei residui della materia consumata, le sue scorie terrene e celesti, pesanti e sottili. Le parole attingono senso ed energia da questa ombra materiale così profonda. È forse il potere della poesia, che ci fa balenare se non un’assoluta unità ma la compresenza di ogni cosa, in diverse fasi temporali, in diversi stati della coscienza, nelle diverse e imprevedibili elaborazioni dell’inconscio, come diverse trasformazioni della materia: la poesia, principio unificatore di ogni apparente incongruenza, la poesia così legata alla scienza, alla musica, ad ogni sapere e non sapere umano, così dentro, infinitamente dentro alla realtà metamorfica o a quello che definiamo per tale. Poesia fatta di parole e di silenzi simili a delle incursioni nell’invisibile e nel visibile alternativamente, come luce e buio in uno scambio combinatorio continuo. Parole che sono per metà visibili e accessibili a una parte del cervello e per metà no, ma visibili e accessibili da un’altra parte. Le parole che - come dice Montagne - «per metà appartengono a chi le dice, e per metà a chi le ascolta». È cambiando il punto di osservazione che anche le parole ci faranno «intravedere» questa materia invisibile? Queste considerazioni sono a commento di quanto Piera Mattei ha scritto nella nota al suo ultimo libro La Materia invisibile (Manni, 2005) che trovo quanto mai illuminante. Anche lei ha tentato, con le sue «spiegazioni» di renderci più avvicinabile e quindi visibile (heimlich) il suo profondo e invisibile unheimlich. Il libro si apre infatti con la poesia Gli angeli dell’insonnia in cui un’insonne Piera, in camera da letto, è insidiata dai suoi inquietanti fantasmi, aggredita da quella materia oscura memoriale in forma di incubi. Al buio ancora non l’ha colta il sonno /insiste la memoria e canta/ a piccoli sospiri con frequenti/ a capo e cantilena della terza rima [...].E proprio lei vilmente/per antico vizio a occhi chiusi/ aveva aperto loro la porta/adesso con i suoi occhi/ chiusi li guarda e dice Ho paura/ di voi. Siete una folla.
Ma il fondo di noi stessi è oscuro o luminoso? È attingibile l’essere o no? E l’invisibile è amichevole o minaccioso?
L’interrogazione resta in sospeso, così come resta in sospeso tutto quanto ancora non conosciamo. Nessuna cosa è sempre uguale, perché nessuna cosa è statica. Noi, per primi, che stiamo scrivendo, camminiamo e camminando le stagioni cambiano, cambia il tempo esterno ed interno, noi ci troviamo sempre al centro di un movimento oscillatorio percepibile e impercepibile al tempo stesso. La percettività, quella di cui dispongono gli insetti, gli uccelli - e naturalmente anche i gatti - che avvertono con i loro sottilissimi sensi le energie della terra e dell’aria, i suoi segnali, i suoi segreti, domina e conduce la poesia di Piera Mattei. Lei sta nel suo regno di osservazione, con sensi talmente svegli da sembrare quelli che si attivano nel sogno, proprio come farebbe «un ricercatore nel suo laboratorio». Così la definisce Enrico Castelli Gattinara, nella sua rapida ma incisiva introduzione, riferendosi in particolare alla poesia Movimenti: Il mio corpo adagiato /su una sedia a sdraio- il campo/ visivo si apre non proprio sull’intera /semisfera che il prato ampio ritaglia/ così il cielo è uno schermo ricurvo /verso l’alto(Ö)Per orientarmi illumino in basso/ la mappa cartacea del cielo/e scopro Merlino intento/ a cibarsi di erbette// guardingo si muove -preso/ dal brulichio di quella salda Terra- / e non conosce le vertigini/ del vuoto e del moto. «È un corpo - aggiunge Castelli - che non solo vede, capisce e riflette, ma anche sente, materialmente, le leggi che governano il cosmo». Le leggi che governano micro e macrocosmo, ma è soprattutto nel microcosmo che si leggono o si intuiscono i grandi disegni. È il mondo quotidiano e minimale che intriga l’occhio della Mattei: gli animali, scene di vita quotidiana, gesti appena accennati, la vita degli alberi e del giardino, particolari appena suggeriti; e la modalità stilistica, la metrica dei versi per comunicarci tutto questo è una raffinata leggerezza, tenuta sul filo danzante di un’ ironia dolceamara che ha filtrato – alchemicamente - la pesantezza iniziale della materia. La percezione diventa soggetto e oggetto. La sfida è alta, ma Piera ama le sfide. Chi è il poeta se non un provocatore? C'è chi lo è gridando, esibendo più di quanto dovrebbe per farsi intendere, esaltando smisuratamente quel poco che ha. Chi, invece, aderendo perfettamente a un tema così grande - in questo caso l’invisibilità - lo fa con ineffabile grazia, mozartianamente, appunto, come scrive lei stessa: [Ö] Camminiamo dentro le polveri per mano/ e «attenta a dove metti i piedi!» /parlando un basso continuo-/da te con grazia mozartiana/ un a solo si sta sollevando /non udibile. La poesia della Mattei danza e indica, bisbiglia e passa attraverso, mai perdendo i dati reali, mai rendendo astratte le cose che sente e vede, ma nominate nella loro concretezza. A volte è proprio il gatto - una creatura che, nei suo comportamenti «naturali» sa mantenersi perfettamente in equilibrio tra il visibile e l’invisibile - a fare da sismografo ai segnali di questo doppio mondo, forse lui stesso una sorta di «doppio animale» della poetessa - quello saggio, che sa conservare sempre il centro di sé. La poesia di Piera è fatta di reticoli, di vasi sanguigni comunicanti, potrebbe avvicinarsi a un’indagine a tutto campo sull’esistente, un’osservazione che sembra sbadata e casuale ma è invece costante, concentrata, acutissima. Forse dietro ogni poesia si nasconde un’invisibile formula scientifica, perché la poesia come la scienza e la musica compongono un universo speculare, complesso, intrecciato e comunicante in ogni aspetto. Sta a noi poterlo avvertire, se ci spogliamo dei primi strati di ogni superficie, se oltrepassiamo la soglia dell’apparentemente invisibile, se abbiamo, nel confronto della vita e della parola che solo parzialmente la esprime, un atteggiamento autenticamente poetico. Piera ci tiene a sottolineare il percorso del suo libro, come fosse un processo alchemico, appunto. «Era fondamentale per me che il libro si aprisse su Gli angeli dell’insonnia per chiudersi con Profili celesti nella contemplazione della materia più remota, e della musica, materia invisibile capace di trapassare i nostri solidi corpi». Tra le poesie della sezione finale di Profili celesti che concludono questo bellissimo libro, mi piace riportare integralmente questa di Vertigini - percorsa da un brivido di chi sente di essersi spinto troppo oltre e non vuole perdere il contatto con l’umano, con una struttura mentale solida apparentata alla visibile fisicità della terra.
Sporgendomi alla rotondità/ della Terra dimentico la legge/ di gravità,guardo/ con fisico tremore/ lo spazio vuoto/ e chiedo/ " per favore e per amore" /di vivere strettamente /legata ad altri/ più pesanti oggetti/a corpi dotati /di radici, a pietrosi /immobili concetti.
Lucetta Frisa


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