Marco Ercolani su Piera Mattei
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Marco Ercolani sugli scritti di Piera Mattei

LA CLESSIDRA
rivista di letteratura 2007

Un colpo di fioretto

L’opera di Piera Mattei, nella narrativa come nella poesia, si impone per una sorta di grazia crudele, che rifugge da classificazioni e definizioni troppo esatte. Lasciamoci guidare dalle sue stesse parole, in una nota di poetica a La materia invisibile, il suo più recente libro di versi: Non solo nel cielo, ma anche in un prato o nel mistero del buio, quanto vediamo è poco e spesso ingannevole rispetto a ciò che riusciamo a immaginare e sperare di conoscere attraverso una diversa osservazione. Dovunque scopriamo tracce di una verità, tutt’altro che visibile, tutt’altro che evidente. Invisibilità che da sempre è stata e continua ad essere provocazione alla nostra mente, ai nostri sensi e alla nostra capacità immaginativa”. Piera Mattei non percepisce l’invisibilità come un regno magico, un bel fondale fantastico opposto alla visibilità delle cose; al contrario la definisce, dinamicamente, una provocazione che sovverte l’apparenza della realtà. La sua “capacità immaginativa” disegna scene che evocano minime, immedicabili catastrofi. “Camminiamo dentro le polveri per mano / e “attenta a dove metti i piedi!” / parlando un basso continuo -/ da te con grazia mozartiana / un a solo si sta sollevando /non udibile”. O ancora: “Hanno lasciato le impronte / di corpi distesi le braccia / allargate ma le gambe / flesse quasi in ginocchio / a pregare. / Sono precipitati spiriti / chiusi nel loro guscio / come di noci / e qui si arrendono / in una fossa / per questa volta / silente e candida”. Un paesaggio che evoca morti violente viene descritto con stupefatta leggerezza e attento pudore, come se non fosse possibile dire “nulla di più”, come se fosse necessario sempre alludere e mai dire totalmente.
Anche in Umori regali, la sua più recente raccolta di racconti, le storie sono sospese in un loro suggestivo, discreto “dire appena”. L’autrice sceglie, come veicolo espressivo, uno stile neutro, sommesso, perché grazie a quello strumento, in modo sonnambulo e delicato, riesce a evidenziare con maggiore intensità i détours capricciosi dell’immaginazione. Storie impalpabili, dalle trame appena accennate, senza un inizio e una fine definiti, rivelano imprevedibili abissi psichici. Qualcuno entra nella gabbia di un leone, si squarcia l’addome e offre alla belva le sue viscere. Qualcuno che possiede molte chiavi un giorno sparisce di casa lasciando tutti i cassetti spalancati. Una strana creatura, forse un po' deforme, avanza verso un punto luminoso, accecante, ma una finestra le sbatte due volte sulla testa e le spappola il cervello. Una ragazza solitaria trova un topo quasi cadavere, lo salva, gli si affeziona, piano piano se ne innamora. Una ragazza che di mestiere fa la massaggiatrice osserva che la sua estenuata cliente ha un temperino conficcato nel collo. Un uomo vede dalla finestra un tizio, noto nel quartiere come sonnambulo, che precipita giù dal tetto e intanto gli fa un cenno di saluto.
In questo universo enigmatico tutti i gesti, gli affetti, le sensazioni, pur apparendo improbabili, trovano una loro misteriosa naturalezza. I personaggi scelgono una posizione appartata e stramba, sono traversati da desideri violenti o raggiunti da morti bizzarre. Un esempio fra tutti è La tana: una donna scontrosa e di piccola statura decide di continuare a vivere in una casa fatiscente, dove le crepe si allargano sempre di più, la casa viene abbandonata, e lei resta solo, in un’unica stanza, finché l’edificio crolla. Non muore ma rimane prigioniera, ancora viva, la mano che sbuca dalle macerie; invoca qualcuno che le permetta di sopravvivere restando là dentro. In questo universo lunare, fatto di dettagli che sembrano semplici e sono crudeli e di eventi normali che sono paradossali, si delineano quegli “imperativi folgoranti” a cui la scrittura obbedisce con i rapidi tratti del racconto breve. Questa narrativa di “fondamenti invisibili”, fatta di finte ma perturbanti parabole, ricorda certi racconti fantastici dello spagnolo Luis Mateo Dìez, ne I mali minori, o dell’argentina Rosalba Campra, nei Racconti di Malos Aires.
Uno stile trasparente, quasi minimale, tende ad autonascondersi in un’originale e persistente litote espressiva. Piera Mattei smorza volontariamente la voce, non tanto per descrivere una scena realistica, come Raymond Carver, ma per restituire il suo sentimento di spiazzamento e di stupore, come nei film del primo Polanski, da Repulsion a Rosemay’s baby. Angosce o deliri vengono narrati come eventi probabili, con una misura espressiva, un controllo del dettaglio, una grazia della voce, che finisce con il rendere l’angoscia ancora più insopportabile e inimmaginabile, simile a quella che scopriamo nei “troppo graziosi” racconti di Robert Walser. D’improvviso, quando il lettore si sta familiarizzando con un clima surreale, seppure domestico, Mattei piazza il suo colpo di fioretto, scardina le immagini ortodosse, e con voce garbata ci mostra il lato luciferino del visibile.
Ritornando a Umori regali, già il solo titolo della raccolta è indicativo. A un “umore”, qualcosa di provvisorio e di instabile, l’autrice conferisce, ironicamente, un aggettivo che significa “autorevole, maestoso”. L’ossimoro sembra cancellare la parola stessa, rivelandone la fondamentale assurdità. Un racconto-parabola, Un’invenzione pedagogica, scopre ancora di più le carte della sua poetica: “Riflettendo su questa verità ho tentato una piccola invenzione. Si tratta di uno sgabellino alto, alla seduta, non più di trenta centimetri. Questa è l’altezza giusta per cominciare. Ha una spallierina bassa, non più di dieci centimetri, così che io posso avere l’esatta sensazione del punto dove comincia la schiena. Ma la schiena non posso appoggiarla. Se lo facessi, cadrei all’indietro. Se invece appoggiassi i gomiti sulle ginocchia, finirei faccia in avanti. Infatti, questo è il punto forte della mia invenzione, la sedia ha soltanto tre gambe. Sto lì, rigida ed eretta, concentrata nello sforzo immobile dei miei muscoli, evito l’effetto confort che nella poltrona fa salire la parabola del mio patimento”.
L’equilibrio è quelle tre gambe: la massima concentrazione all’interno di un piccolo, permanente squilibrio. Le due caratteristiche di questa narrativa - l’attesa del dettaglio perturbante, imprevedibile, del finale che risolverà la tensione della trama, e contemporaneamente l’ipnosi generata dalla voce narrante, dolce, ironica, familiare - convivono fino a disorientare il lettore, generando un understatement del reale e del fantastico. Non si sa più dove dirigere l’attenzione, a chi attribuire la voce narrante, a quale verità credere, a quale punto di vista. Musicalmente, lo stile è discreto, pudico, quasi atono. Ma, nella descrizione delle visioni come dei gesti quotidiani, conquista una sua “sprezzatura”, una sua aria svagata e danzante che non si confronta con nessuna tradizione. L’autrice ci racconta destini enigmatici di uomini e animali, delineando tanto una sua zoologia immaginaria e plausibile quanto una mappa antropologica di individui solitari e bizzarri che abitano la terra reale come se fossero le creature di un incubo. Tutte le storie di Umori regali sono brevi o brevissime, perché soltanto la brevitas consente di annullare la prevedibile psicologia del personaggio a favore dell’imprevedibile percezione di un io maldefinito. Non appare casuale che, nel suo lavoro letterario e poetico, l’autrice abbia curato e tradotto poesie di Emily Dickinson e Emily Brontë, poetesse che hanno lavorato proprio sui soprassalti di una percezione traversata da risonanze, analogie, visioni.
Scrive Emily Brontë, nella bella traduzione della Mattei:
“Spesso rimproverata, sempre ritorno /ai primi sentimenti nati con me,/tralascio l’affannosa ricerca /di sapere e ricchezza /per sogni vani, irrealizzabili: //oggi non andrò in cerca di un mondo d’ombra /la sua vastità cresce insostenibile, paurosa; /e le visioni che sorgono, a legioni /stranamente vicino conducono il mondo immaginario”.
E da un mondo altrettanto immaginario e doloroso ci ritorna la voce di Piera Mattei:
Si lamenta come fosse vivo /il vento schiacciato tra i palazzi /una finestra piange il martirio /da mille frantumi e schegge /come il platano severamente potato /da un solo lato d’impeto /si getta nel fiume.



Libri consultati:
Piera Mattei, La materia invisibile, Lecce, Manni, 2005.
Piera Mattei, Umori regali, ibidem, 2001.
Emily Bronte, Stelle e altre poesie, Pistoia, Via del vento, 2005.