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Maria Gabriella Canfarelli su la Materia Invisibile di Piera Mattei

recensione apparsa in
Girodivite 2007


Piera Mattei ha di recente pubblicato La materia invisibile, libro in cui i rumori e i respiri delle cose
e della natura si levano a darci la certezza d’una vita “altra” e sensibile ai mutamenti del tempo: “Si lamenta come fosse vivo / il vento schiacciato tra i palazzi / una finestra
piange il martirio / da mille frantumi e schegge”. La poetessa smuove la superficie e ne maneggia i cocci, accoglie l’inquietudine con familiarità, parla all’argine,
ai segnali, all’aria, agli alberi, all’eco che ritorna “offuscata”, agli “abiti dell’altro”, al
gatto che fissa “i fantasmi densi / come pulviscolo nello spazio insonne”, all’attrito della polvere sospesa in una stanza, granello che contro un altro cozza nel suo moto browniano. L’invisibile è così penetrato nella sua essenza dal suono che produce, dal movimento contratto o espulsivo, e l’alito che lo pronuncia è altro moto, parola pulsante che lo fa
vivo e presente al mondo come su “ostie /agili di neonata materia”.
Nella sezione “Le parole” queste “Hanno la vita di girini /neonati in una pozza”,
“ come gli amanti / si trattengono nell’ombra / finché le snida la passione”, hanno
“forma / di accese ingiurie / più risolutive di lunghe / conversazioni divergenti”,
ma non sono la verità, che “ha nomi / impronunciabili / ha locuzioni pungenti / verbi sbagliati, accenti”. Sono dunque, le parole, metamorfiche e ciascuna di sostanza
diversa come la nuvola e il tempo, ed è faticoso afferarla, la parola sfuggente di cui
si avverte la necessità della ricerca, “un francescano esercizio / (...) / pomeriggi interi
di prove / e pronunciare infine / nella giusta misura / quella sola parola”.
Accanto alla materia invisibile la nitida stesura dei movimenti del corpo umano che
si tende o adagia a guardare una costellazione, il cielo distante nell’ombra della prima
sera, quando la fisicità si alleggerisce e la vista si fa aguzza, un telescopio verso l’alto e quotidiana, domestica lente: “Per orientarmi illumino in basso / la mappa cartacea del
cielo / e scopro Merlino intento / a cibarsi di erbette”, il gatto Merlino a emblema della magia del giorno che si chiude e poi ricomincia. Assoluto e relativo si toccano, si corrispondono. E’ l’esperienza totale che nel fare poesia inabissa e innalza lo sguardo
“Con noncuranza, quasi, e con un’ironia che nel suo realismo nasconde un’inquietante lucidità”, scrive Enrico Castelli Gattinara nell’introduzione.
Da che, specifica in nota l’autrice, invisibile “non è la materia di cui si compongono i sogni, che infatti sono le visioni del sogno”, ma l’immaginazione, che è una delle vie d’uscita dal mondo inteso attraverso i sensi, per spingersi oltre l’orizzonte di quanto presumiamo di conoscere, un’empatia protesa a intendere i corpi, più che nella loro interezza, nella accezione di frantumo, parte da pronunciare a se stante, da scomporre e ricomporre: “E’ ora di uscire / per le mie gambe è ora / di muoversi e andare / io
che parlo non sono le gambe / sono un altro frammento / forse la loro anima”.


Per stabilire più contatti con il reale bisogna evocare le cose sensibili apparentemente assenti, e allora: “Dovunque scopriamo tracce di una verità, tutt’altro che visibile,
tutt’altro che evidente. Invisibilità che da sempre è stata e continua a essere provocazione alla nostra mente”. Il rapporto con il tempo - nella sezione Meteo - è rapporto di cambiamento, di necessità istintuale di sopravvivenza: “Pesci minuscoli / hanno già
risalito la corrente / contro pareti d’alghe filiformi”; “La covata dei passeri / nascosta
sotto le foglie / un sauro fiammeggiante li divorò / la madre rimase in disparte”; è, anche,
tentativo di adeguamento alla sua forza imperiosa: “(...) soffrire il tempo / non è meteo-/patia il tempo mite o incostante / clima o tempo di burrasche // sopra un gommone / pesanti come pietre / assecondiamo i venti / in un braccio di mare”.


Maria Gabriella Canfarelli


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